Sara 2

“Hai finito, Emilio?” gli chiese Mainardi a bassa voce, alle sue spalle. L’amico non lo sentì.
Si concentrava frenetico sulle ultime frasi: Mortimer, vivo; Mayer, vivo; Emerson, Evans e il resto dei suoi scagnozzi, vivi. Ma mister Allison, il deus ex machina di tutta la maledetta storia, non aveva scampo. Un bastardo come lui doveva morire con una pallottola in fronte. Avrebbe fatto in modo che una pallottola lo baciasse sulla testa. Si meritava la più classica delle fini. Fu Mayer a toglierlo di mezzo. Con la stessa pistola con cui aveva ucciso Sara. Poi simulò il suicidio. L’avrebbe incolpato della morte della donna. Con Mayer faremo i conti un’altra volta, pensò Altieri. Nel prossimo romanzo. Le ultime frasi risuonarono nella testa dell’autore come gli accordi di una sinfonia grandiosa cui segua una fragorosa salva di applausi.
Poi, però, non sentì niente. Nella casa regnava il silenzio.
Era un appartamento triste, con più stanze di quelle che servivano a lui e al gatto, con poca luce, i soli mobili erano quelli che aveva trovato già lì, tutti passati di moda, maltrattati dall’uso dei precedenti inquilini; lampade a cui ci si sarebbe potuti impiccare, armadi con lo specchio ad anta intera per indossare ogni mattina il proprio fallimento quotidiano e guardarselo bene, il proprio fallimento, foderato di noia, e il divano su cui era disteso l’amico Anselmo, a guardare un televisore ancora in bianco e nero che aveva tutta l’aria di essere stato recuperato da una discarica. Quel posto era fermo nel tempo. A completare l’opera, la sua Underwood del 1932. Solo un calendario della sua casa editrice, appeso a un chiodo nel bel mezzo di una parete vuota e annerita, rendeva giustizia al tempo che era passato al di fuori di quell’appartamento. Rappresentava una libreria nella quale ogni tomo invece di riportare un titolo, riportava un mese dell’anno. Sotto, a caratteri cubitali, c’era il numero dell’anno: 1985. Il tutto voleva sembrare moderno, attuale, ma il contesto lo ricacciava nel passato.
Emilio scrisse la parola FINE sotto all’ultima frase. Gli piaceva concludere i suoi romanzi con tale precisazione, nel caso in cui al lettore potesse restare qualche dubbio al riguardo. Ma l’ultima pagina che scriveva era sempre il frontespizio, nome dell’autore e titolo del libro. Infilò nella Underwood un foglio impeccabile. Amava quel pezzo di carta immacolata. Era la pagina che faceva meno fatica a scrivere e in compenso gli veniva pagata esattamente come le altre. Il delitto impunito di Emilio Altieri, scrisse con due dita. Scriveva sempre con due dita, a una velocità inverosimile, come se sparasse a due mani con una mitragliatrice. Un M-32 sovietico.
Cominciò a canticchiare. Quando finiva un libro diventava sempre euforico. Ma all’euforia ben presto seguiva la disistima di sempre.
Anselmo, svegliato dalle prime note di quell’inno alla gioia, ascoltò i preparativi. Emilio estrasse da una cartellina blu alcuni fogli che posò sul tavolo, e vi infilò il nuovo manoscritto. Il rumore degli elastici che si chiudevano gli parve una musica celestiale.
“Si, Anselmo, possiamo andare”
“È bello?”
Si lasciò contagiare dal buonumore dell’amico e si illuminò persino in viso, anche se allo stesso tempo si strinse nelle spalle.
“Sai come vanno certe cose. Avrebbe potuto venirmi peggio”
” No. Ti vengono sempre bene. Secondo noi lettori, ai tuoi romanzi non manca proprio niente. È incredibile la facilità con cui concepisci le storie. Non so dove le prendi. E in un mese. Non hai rivali in Italia”.
“Non esagerare”
“Mi hai capito”
Emilio era ancora così dentro alla storia che aveva appena finito di scrivere, che quando si vide comparire davanti Sara ebbe come la sensazione che fosse un fantasma. Ma non lo era. Pallida in viso, ma in carne e ossa, scoppiò a piangere appena incorociò lo sguardo dell’ex marito. Emilio l’abbracciò istintivamente per consolarla.
“Che è successo, tesoro?”
“Ettore…è morto, l’hanno ucciso!”
“Chi l’ha ucciso?”
“Non lo so! Non lo so, che ne so io!”
Rientrarono in casa. Altieri offrì un bicchiere d’acqua a Sara mentre Anselmo la fece sedere sul divano. In quei pochi istanti Emilio era stato attraversato e devastato da un alternarsi di emozioni contrastanti. Sapeva che non poteva, non doveva, gioire della dipartita del suo rivale, ma non poteva farne a meno. Provava quel senso incoffessabile di vittoria che prova tutto il genere umano di fronte alla morte di qualcun’altro, moltiplicato per dieci dal fatto che il morto era il suo rivale in amore. E adesso Sara era lì, seduta sul suo orrendo divano, a pochi centimetri da lui. Poteva sentire il suo inebriante odore e vedere il suo seno sussultare di singhiozzi. Si sentiva un mostro, un pervertito, ma non poteva fare a meno di desiderarla. La morte del suo compagno la rendeva ancora più bella, più reale, più vicina.

Quando l’ispettore De Santis, della omicidi, arrivò sulla scena del delitto, Milano era ancora immersa nel buio anche se il sole era spuntato da un pezzo dietro al sipario chiuso delle sue nuvole perenni. Il corpo dell’avvocato giaceva, in posizione fetale, sulla nuda terra del parco di Lambrate.
“Chi l’ha trovato?”
“Un poveretto che ci è inciampato sopra mentre faceva jogging”
“Portamelo”
“L’ho già interrogato io..”
“Portalo qui” tagliò corto mentre girava il cadavere. L’uomo era stato colpito a morte da almeno dieci coltellate all’addome. Le ferite erano di piccole dimensioni ma profonde, come se avessero utilizzato uno stiletto. Il suo viso conservava una curiosa espressione di stupore. De Santis ne prese nota sul suo inseparabile taccuino di similpelle nera. (Continua) (Vedi puntata precedente)

PERSONAGGI PRINCIPALI IN ORDINE DI APPARIZIONE
Emilio Altieri scrittore di romanzi gialli ed ex marito di Sara
Anselmo Mainardi avvocato, il migliore amico di Emilio Altieri
Sara Alatri ex moglie di Emilio Altieri
Ettore Filotti avvocato penalista, nuovo compagno di Sara Alatri, la vittima
Ispettore Giorgio De Santis della omicidi di Milano

20431642_1406928752731784_7467540142760015975_n

 

 

 

 

Annunci