Grand Canyon III

Trevor arrivò alla grande valle montana che racchiudeva il cosiddetto Bacino. Il fiume s’incurvava ai piedi delle montagne: era qui che si stendeva Mountainrock City, con le finestre delle poche case incendiate dalla violenta luce del mattino.
Vide soltanto poca gente nelle strade, mentre passava davanti al saloon, alle botteghe e si fermava davanti a una locanda. Era affamato. I continui viaggi a cavallo gli avevano infuso nuova vitalità. Il suo corpo portava i segni del suo mestiere in qualche frattura delle ossa, in qualche cicatrice lasciata dagli scontri col bestiame, coi cavalli o con gli uomini. Mai in vita sua aveva conosciuto vere comodità, una completa sicurezza; quindi non si lasciava scappare i brevi momenti di quiete e di piacere quando capitavano.
Finito il caffè e comprato un buon sigaro, se ne stette sulla soglia del ristorante, col viso avvolto dal fumo del tabacco.
Mentre se ne stava così, vide arrivare degli uomini a cavallo, soli o a coppie, e la città prese rapidamente vita. Riconobbe Sam McFly che smontò di sella davanti all’unico albergo del paese, l’Alba House. Rimase un momento sulla strada, esitante. Vide Trevor e subito lo riconobbe, quindi entrò con atteggiamento deciso nella hall. In quel momento, un altro cavallo arrivò a tutta velocità. Trevor, che stava per a entrare anche lui all’Alba, si voltò e vide la figlia di Dean Scott, Susanna, saltar giù di sella prima che l’animale fosse del tutto fermo. Le si accostò togliendosi il cappello; lo sguardo che Susanna gli rivolse era leggermente sorpreso. “Ah! Siete qui!” , esclamò. Era una ragazza dinamica, gentile e imprevedibile. Un leggero sorriso le indugiava sulle labbra. Disse:”Siete più alto di quel che mi era parso l’altra notte” ed entrò nell’albergo.
Gli allevatori erano nella sala da pranzo. Qui Trevor vide Carmen Bravo seduta in un angolo; in piedi davanti a lei e col cappello in mano, Sam McFly le stava parlando. Lo sguardo di lei, che lo ascoltava, incontrò gli occhi di Trevor scatenando una breve tempesta ormonale in entrambi.
Nella sala c’erano una dozzina di uomini divisi in due gruppi. Dean Scott, visto Trevor, gli lanciò un avvertimento: “Avete sbagliato porta. Questo è un incontro di allevatori”.
“Sono dove devo essere”, rispose Trevor
” Che proprietà rappresentate?”
” La Testa di Cavallo”, disse Trevor
Ci fu un cambiamento nella sala come se fosse passata una folata d’aria fredda. Dean Scott scosse la testa irritato. Il suo braccio destro addetto ai lavori sporchi, Dave Trump, fissava Trevor minaccioso e con la mano gli accennò di andarsene, poi si mosse verso di lui. Paul Elliot, il fidanzato segreto di Susanna, osservava fingendo indifferenza, ma in realtà era sulle spine. Scott disse: “George Parker rappresenta Testa di Cavallo”.
“Se è così”, osservò Trevor, “come mai non è qui?”
“Questa è un’altra faccenda”, controbattè Scott visibilmente incollerito.
“Può darsi” ammise Trevor Cassidy e trasse di tasca una lettera.
“Può darsi che una volta abbia rappresentato Testa di Cavallo. Ma ora non più”.
Aprì la lettera. Aveva l’attenzione di tutti.
Carmen lo guardava con una intensità nuova; la sua anima vibrava con la stessa frequenza di quella di Trevor. Da quando lo aveva incontrato la sua prospettiva esistenziale era mutata repentinamente. Da un probabile matrimonio di comodo e di pietà era passata all’innamoramento adolescenziale. Quell’uomo la faceva sognare. La sua camminata, le sue gambe lunghe e magre, leggermente arcuate, quel suo modo di guardarla e di muoversi intorno a lei, la sua durezza, il suo pudore sentimentale, l’avevano stregata. Dopo quindici anni di arida vedovanza aveva ritrovato la sua sessualità e il suo desiderio, intatti.
Ogni volta che si era trovata nelle sue vicinanze aveva sentito come una fitta alla vagina, una contrazione a vuoto che l’aveva lasciata in uno stato di voglia insoddisfatta, ma persistente. Avrebbe voluto baciarlo, toccarlo, sentire la sue mani ruvide sulla propria pelle, accarezzargli i capelli come si fa con un bambino.
Anche Susanna assisteva alla scena, e i suoi pensieri erano molto simili a quelli di Carmen, ma con diverse sfumature. La sua giovane età irrorava di romanticismo ogni suo pensiero. Nessuno conosceva questa sua intima essenza. Allevata come un maschio da un padre autoritario e materialista, la sua natura femminile era stata misconosciuta anche a se stessa. Negli ultimi tre giorni, appena divenuta maggiorenne, aveva vissuto fuori di casa e aveva messo in atto la propria ribellione nei confronti del padre fuggendo con il suo amante e ferendolo con una lettera volutamente oscena. Un colpo basso che aveva assestato con grande soddisfazione. Calcando la mano sulle proprie avventure sessuali aveva voluto ricordare al padre che lei era una donna e che era fatta per essere amata e per amare. Adesso erano tutti lì: suo padre, il suo amante e quel cowboy sbucato dal nulla che le aveva perforato l’anima poche ore prima. Si sentiva leggera, come se la forza di gravità le avesse voluto concedere una tregua, una vacanza. Nella lettera aveva riversato tutte le sue fantasie sessuali. Lo straniero dagli occhi di ghiaccio le aveva aperto la mente, facendole capire in un attimo che il mondo non finiva lì, in quel buco di paese e in quella travagliata valle di mandriani. Tra loro c’era stato solo un fuggevole bacio nel buio di una stalla, ma la sua fantasia le aveva fatto vedere nel futuro. Immaginava che prima o poi ci avrebbe fatto l’amore e nell’attesa dava libero sfogo alla sua immaginazione. Vedeva il proprio corpo giovane e candido alla mercè di quell’uomo scuro e vissuto. Sentiva le sue mani callose accarezzarle le cosce e le sue labbra spaccate dal sole sfiorarle l’orecchio. Sapeva che con lui sarebbe stato meraviglioso. L’avrebbe sollevata dal suolo e adagiata sul letto, poi le avrebbe tolto i vestiti come in un rito, celebrando ogni indumento come una sacra reliquia. Sapeva che quell’uomo dall’apparenza rude e indifferente nascondeva un animo nobile, lo aveva letto nei suoi occhi subito dopo quel bacio rubato. Un’istantanea della sua essenza profonda che le si era piantata nella mente e non la lasciava in pace. L’idea che un uomo potesse avere un’anima non l’aveva mai neppure sfiorata e adesso si ritrovava a contemplarne una e ad amarla, anche.
Paul Elliot assisteva alla scena, invece, con impazienza e agitazione. Stava succedendo qualcosa di molto grave. Uno straniero stava per rompere gli equilibri della valle, in tutti i sensi. I suoi progetti, i suoi piani di espansione, stavano per subire un violento scossone e la sua mente era completamente presa da questo. Il resto non contava in quel momento.
Anche Sam McFly era teso seppur per motivi molto diversi. Quell’accadimento fatale aveva interrotto il suo discorso, preparato da mesi, con Carmen Bravo. Le stava spiegando perchè l’aveva fatta chiamare e perchè voleva sposarla, soprattutto. Poco prima aveva notato lo sguardo fugace, ma intenso, che lei aveva riservato allo straniero e poi si era ritrovato ad assistere alla scena madre che si stava svolgendo a pochi passi da lui. Lo attraversavano strani pensieri. L’idea di sistemarsi con una donna era diventata la sua ossessione; considerava la propria incompiutezza senza una donna accanto, come una colpa, un peccato grave. Ma ora che ne aveva una davanti, ne era intimorito. In più, quello sguardo che aveva colto gli aveva aperto gli occhi sulla pericolosità di una donna bella come Carmen. Forse era meglio lasciar perdere. Lui si aspettava una donna dimessa, provata dalla vita, una donna da proteggere. Invece Carmen gli era apparsa subito come una persona dal carattere ben delineato e per nulla piegata dalla vita. In più era anche bella da impazzire. I suoi occhi neri e intensi lo perseguitavano. La loro luce aveva illuminato a giorno la sua misera vita e, nello stesso tempo, acceso il suo istinto sessuale. La immaginava nuda nella penombra della propria camera da letto; vedeva la sua figura delicata e armonica donare dignità anche ai suoi miseri arredi, e sentiva la visione del suo seno libero e sodo assalirgli i testicoli e poi salire fino a farglielo drizzare. La desiderava in maniera quasi infantile, la desiderava come mai aveva desiderato una donna. La voleva come madre e come amante, non come moglie. Suscitava in lui voglie represse, proibite, immorali, incofessabili anche a se stesso. Avrebbe voluto succhiarle i capezzoli che immaginava turgidi e invitanti, ma anche prenderla da dietro come una cagna, sottometterla a colpi di reni e di cazzo. Sognava di addormentarsi tra le sue mammelle, a contatto con la sua pelle di seta e avvinghiato al suo corpo disegnato dal diavolo. Quella donna lo risucchiava in un universo fatto di lussuria che non aveva mai neanche immaginato. (Continua)

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